— Su te e su lui.
— Egli è folle di me. Posso fare di lui quel che mi piace.
— Ma non puoi amarlo. Per ciò, non avendo l'amore, sei attirata dal mio amore che ti vince. Lo so, lo so. Ho compreso, ho veduto. Tu ora speri di poterlo amare attraverso di me. Tu speri che il tuo cuore si riempia del mio cuore.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— Confessa che non potevi più vivere, che non potevi più godere, che non avevi più oblio, che sempre io t'ero presente, che mi vedevi apparire su ogni soglia come su quella, che la tua voluttà invidiava il mio dolore.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— Confessa che già cominciavi a sentirti esausta, perduta; perché credevi di accrescere ogni giorno il tuo potere e lo consumavi ogni giorno, e rimanevi serrata nel cerchio medesimo del tuo maleficio, ed eravate soffocati entrambi dall'angustia, costretti a ripetere sempre gli stessi gesti come nelle manìe. Ma io quassù ero sola, ero intatta, ero nuova, ero bella come chi sta tra la vita e la morte.
— Fa dunque ch'egli t'ami.
— E se mi amasse già?
Parlavano a viso a viso, l'una ancóra piegata contro la proda del letto, l'altra poggiata le mani alla lettiera che di tratto in tratto gemeva, entrambe scapigliate e trascolorate, con qualcosa di bestiale come la fame nel loro modo di mangiarsi l'anima, con qualcosa di simile alla voracità dei cavalli in una posta, che pigliano a grandi boccate quel ch'è loro messo innanzi, come per tema di rimanere indietro. E certo lo spavento era sotto l'audacia provocatrice della più giovine; ma uno spavento ben più profondo era nell'altra che sentiva percosso il suo cuore da quella condanna di sterilità e veramente sotto le imagini della tormentosa orgia dubitava d'avere amato.