— Un Volterrano balzan da due che col suo puledro di maremma balzan da quattro balzò nelle Balze.

— Credi agli spettri?

— Io sì.

— Allora ci precede.

— Non si va senza duca in questo inferno. Alza gli occhi! Guarda!

Le Balze strapiombavano dal cielo come la stagliata rocca al cui piede si ritrovò, scosso dalla schiena di Gerione, quel grande Etrusco colorato dalla bile atra. Per le paurose cavità vaneggiava l'ombra, tra gli sbiancati dirupi simili a gigantesche pile in ruina. Le moli di San Giusto e della Badia, l'una ferrigna l'altra ferrugigna, pareva fossero per precipitare nella fauce; e con esse le restanti mura, e il Borgo, e la Città sospesa, e tutte le sedi degli uomini piccole e fragili come i nidi delle rondini in sommo dell'immenso e inesorabile orrore.

— Di lassù cadde la ghirlanda di Vana, — disse Aldo con un accento singolare, che diede un lieve brivido a colui che montava Pergolese. — Vedi?, proprio di lassù, da quella muraglia etrusca che di qui sembra un mucchio di sassuoli.

Paolo aveva fermato il suo cavallo; e guardava, rapito nella tragica visione.

— Vuoi che la cerchiamo? — soggiunse l'adolescente, con la sua dolcezza ambigua.

S'udì il latrato di Assra, un latrato di lagnanza e di soccorso.