E tutto durò qualche istante, e fu eterno, sotterra.

Su la strada delle Moie, dove per la continua pioggia notturna la polvere era divenuta melma simile al mattaione nel color cupo di cenere, la Città di vento e di macigno apparve crucciosa e minacciosa nel cielo piorno.

Paolo Tarsis la guardò mormorando:

— Addio. Non tornerò più mai alle tue porte.

Vana gli era vicina. Aveva quella povera faccia stravolta ch'egli conosceva bene per averla già veduta al lume delle fiammelle funeree. S'erano fermati per un lieve guasto alla macchina. Erano discesi, mentre il meccanico lavorava nel cofano aperto. Aldo e Isabella li precedevano, diretti alle Pomarance e ai Lagoni. Ora non pioveva; ma i nuvoli acquosi aggravavano tutta la Val di Cècina sino alla Maremma trista, fra le cime vaporate di Castelnuovo e quelle di Campiglia.

— Mai più? Non tornerete mai più? Non vi vedrò mai più?

Novamente l'orrore dei presagi la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile.

— Anche voi, povera piccola buona, non avete abbastanza sofferto? Ricomincereste a vivere giorni come questi? Tutto è preferibile a quest'inferno.

Ella disse, non creatura di carne ma spirito d'angoscia abbrancato all'amore:

— Tutto è preferibile all'assenza, all'esservi lontana, all'essere dimenticata. Non vedervi è peggio della morte. Io rimpiangerò quest'inferno.