Con gli occhi sbarrati ella fu cieca un'altra volta, fu senza lume come chi sta per perdere i sensi e per piombare a terra. Il mondo roteò intorno a lei come il vortice intorno al naufrago sommerso. — Qual'era, qual'era quella sola parola? la medesima ch'ella aveva osato proferire? — Il baleno dell'illusione bastò ad atterrarla. La paura della felicità fu infinitamente più grande che la paura dello strazio e della morte. Ella attese che la gioia la folgorasse. La voce si tacque.
— Addio? — gridò allora ella senza grido. — È questa la parola? Addio?
— Vana, cara cara piccola sorella, ho dentro di me il silenzio di quell'ora, il silenzio che respirammo davanti al mio compagno disteso, quando voi poneste il fascio delle rose su i piedi congiunti. Vivrete sempre dentro di me con quel silenzio che è la più profonda pausa della mia vita. Non vi mescolerò mai alle cose torbide e crudeli. Vi difenderò pur contro me stesso. «Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine, senza vita.» Come potrei violare il mistero di quella notte? Piangeste il pianto che io non potevo piangere. Ma è rimasto su voi non so che bagliore, qualche cosa che riluce soltanto per me, qualche cosa che non deve più spegnersi: quell'ultimo sorriso che voi raccoglieste.
Ella ascoltava, con gli occhi verso la terra, verso la cinerea melma solcata dai carri; e non sentiva la tenerezza di quella voce, ma soltanto sentiva com'egli la separasse da lui, com'egli ponesse irreparabilmente tra loro quel sorriso quelle rose e quell'Ombra.
— Per ciò non so che darei per vedervi sorridere, piccola buona. Quando guardo un cielo piovoso come questo, con qualche sprazzo che sfugge tra i nuvoli, ho sempre l'ansia di vedere apparire l'arcobaleno, quello che al domani mi apparve nel volo più alto, come il suo segno. Quando guardo la vostra pena ho un desiderio infinito del vostro sorriso; che è vostro e che per me è anche l'ultimo suo. Voi siete l'imagine della mia parte di bontà di fedeltà e di purezza, che la sorte m'aveva data e poi m'ha tolta; siete il ricordo di quella limpida gioia che il mio compagno ha portata con sé nel buio e non riavrò più mai. Ah, se potessi liberarvi dal male, proteggervi da ogni sciagura, essere il vostro fratello vigilante e distante!
Ella ascoltava, con gli occhi verso le selci aguzze, verso la carreggiata tortuosa, verso i cumuli di creta ove le rosure dell'acqua si disponevano come le nervature nelle foglie macere o come le rughe e le grinze nelle zampe enormi dei pachidermi schiaccianti. In tutte le cose s'addensava una tristezza tetra, una pesantezza brutale, una inimicizia inerte. «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino.» Ah, certo, ella non sapeva che tanto potesse pesare una rosa! E, sapendo che la crudeltà può rendere felice, non sapeva che la dolcezza potesse di tanto accrescere un male già insostenibile.
«Distante!» Aveva bene udito? Egli non parlava più: camminava al fianco di lei, ridivenuto silenzioso, a capo chino. Ella udì il suono del passo sul suolo molliccio. Attese ch'egli parlasse ancóra. L'intervallo si prolungava. Entrambi calpestavano il silenzio. Ma per lei la parola ultima si moltiplicò in ogni orma, si sparse nella solitudine, raggiunse l'orizzonte, fu lo spazio, fu l'immensità, fu ogni cosa lontana e inaccessa. L'ululo della sirena lacerò l'aria grigia. Entrambi sobbalzarono e si volsero.
— Il meccanico avverte che la macchina è pronta — egli disse.
E s'accorsero che, invece di discendere a valle, erano risaliti a monte.
— Siamo tornati verso Volterra — egli disse. Ella disse, amara e violenta: