— Verso la maledizione, verso la dannazione.

Sostarono, prima di rifare il cammino. Guardarono la Città funesta de' cui peccati troppe volte Iddio trasse vendetta col ferro col fuoco con la fame e con la pestilenza. Mentre in basso l'aria era morta, lei percoteva la sua bufera eterna; ché i cipressi di sotto la Rocca svettavano, i lecci di sotto il Castello tumultuavano. La fuga delle nuvole testimoniava la saldezza delle mura, delle torri, delle porte, che tra fumo e grumo ritenevano indelebili i colori dell'arsione e della strage. La torre del Pretorio annerita dal solfo che soffocò Pecorino e il Barlettano gittati in piazza su le picche e le corsesche; l'immane prua di mattone appuntata a levante dallo smugnitore Gualtieri fatto tiranno; la porta a Selci spalancata dai consanguinei dei fuorusciti ai mercenarii di Federico Montefeltro; la porta all'Arco che serrò tra valva e valva Bocchino Belforte scavalcato dal figlio d'Inghiramo Inghirami e infunato come belva; la porta di San Francesco dai tre merli ignudi onde penzolò impiccato il tamburino del Maramaldo; il bastione di Docciola ove a scherno di Fabrizio notte e dì miagolarono i gatti infissi negli spiedi lunghi; il Mastio fortificato d'ingiustizia e di dolore, che disfece la bellezza di Caterina Picchena premuta dallo spettro sanguinoso del paggio; le case munite, dalle cui finestre grandinarono le pietre pugnerecce moltiplicate da quella che Luisa Minucci scagliò al fante invece di pane; ogni casa, ogni torre, ogni muro, ogni porta issava un fantasma di virtù, d'eccidio, di rapina o di tradimento. «Sacco! Sacco!» Notte e dì, senza tregua, la ràffica vi simulava il selvaggio urlo che tante volte aveva agghiacciato il cuore della Città funesta: «Sacco! Sacco!»

— Addio, Volterra — sospirò Paolo Tarsis, oppresso dalla forza di passione e di destinazione ch'esprimevano i macigni squadrati e collegati sul monte precipite.

— Chi sa! Chi sa! — disse Vana, ridivenuta intorta e nascosta. — Forse ci tornerete, a cercare ancóra una volta invano la ghirlanda di rose gialle.

Si voltarono, rifecero il cammino verso la macchina che rombava su la via aspettando di riprendere la corsa.

— Forse che sì forse che no — soggiunse, piano, con un sorriso che poteva anche esser l'ultimo, la fidanzata dell'Ombra.

Egli patì silenziosamente la trafittura. Non parlò più. Fu intento agli ignoti disegni che gli nascevano dall'angoscia e scomparivano pel cammino ov'egli s'affrettava piegato sul volante per raggiungere quella che aveva sospeso il suo amore tra la sentenza del Laberinto e l'enigma delle Pause.

Alle Moie i fumaiuoli rossi e neri fumigarono tra i cipressi. La Cècina luccicò nelle ghiare, dietro le file dei pioppi. Le biancane desolate s'avvicendarono coi macchioni aspri. Dileguò il colle delle Pomarance coperto dai lastroni d'arenaria cavernosa, tutto scavi e risalti. Monte Cèrboli apparve inerpicato su per la sua rupe conica di gabbro. Le ripe incenerite della Possera biancicarono, come il tristo ruscello ove Filippo Argenti ingozza il fango. L'odore sulfureo, la nebbia del bollore, il sibilo e il rugghio annunziarono la valle infernale.

— Come hanno corso! — disse Vana discendendo nello spiazzo. — Sono già entrati nell'inferno.

Involontariamente Paolo affrettava il passo, avanzando la guida che li conduceva. Un fumo denso candido caldo a un tratto li avviluppò, li accecò, li soffocò. Si arrestarono brancolando. Si presero per le mani, non più scorgendo il suolo dove posavano. Un fragore di vulcano rimbombava per tutta la pendice del monte. Colpi improvvisi di vento abbattevano i nugoli del vapore, li sparpagliavano, li spazzavano, scoprendo i bulicami bui, i cumuli di ceneraccio e di sassi, i getti d'acqua e di fango. I nugoli si riaddensavano, palpitavano intorno alle buche, si laceravano ai castelli di travi, alle gigantesche trivelle, ai tubi di ferro per ovunque diramati, ora proni ora irti, in intrichi rugginosi e ruggenti.