— È l'inferno.

Giravano per la lorda pozza. L'acqua, simile a una broda bigia, viscosa, untuosa, bolliva levando bolle simili a vesciche involute di belletta, che a ogni scoppio schizzavano falde di fango contro le ripe tinte di giallo e di sanguigno. Bolliva e soffiava come se per entro vi salisse l'ànsito e il gorgoglio dei dannati fitti nel limo, come se nel fondo vi s'agitasse la mischia perpetua degli iracondi. Di tratto in tratto una bolla vi si gonfiava smisuratamente, con la violenza di una scaturigine: pareva fosse per rompersi e per iscagliare tra spruzzi e schiume un groppo di genti fangose che a brano a brano si troncassero e dilacerassero. Un getto di vapore con un sibilo assordante vinceva ogni altro strepito. Il fetore del solfo riempiva la vasta nebbia estuante.

— È l'inferno. Dove sono? si sono perduti?

Giravano di proda in proda, di bulicame in bulicame, e non udivano le loro parole nel fragore che le copriva, nel vento che le rapiva, nel fumo che le affiochiva. Vacillavano su le pomici nere e rosse, su l'alberese calcinato, su i crepacci del loto misto di tritumi e di croste. Non un filo d'erba, non uno sterpo, non uno stecco su le ripe dolenti. Il suolo sgrigliava sfarinandosi, sgretolava tritandosi sotto i piedi come i rosticci del ferro colati dalle fornaci, come la carbonella cenerosa avanzata dai forni. A quando a quando da uno spiracolo terragno un soffio torrido li investiva, con l'anelito d'un torace immane che il macigno gravasse. Un rigagnolo di sangue fumido attraversava il passo: era tinto dallo scolo d'uno strato di rubrica, dopo la pioggia dirotta. Una ràffica repente schiacciava il vapore contro il suolo, lo ricacciava nelle pozze, lo addensava negli anfratti del monte. Tutto si confondeva nella nebbia crassa.

— Si sono perduti? Chiamateli! Chiamateli!

Allora, l'una contro l'altro, avvolti dal fumo che nascondeva ogni cosa e anche la loro angoscia frapponendosi tra i loro volti, essi chiamavano, chiamavano. Rispondeva il sibilo dei soffioni, il gorgòglio dei bulicami, il rugghio dell'ira sommersa. Di là da un ripùtido bollente, di là da un turbine di vapori che s'avvallava per una lacca smorticcia, la voce del fratello rispose finalmente.

Videro su per la ripa avvicinarsi le ombre indistinte, traudirono parole interrotte.

Come Paolo per entro alla lacerazione del nugolo basso moveva incontro girando la proda solforosa, Vana gli abbrancò il braccio e lo trattenne. Lo trattenne con un guizzo di forza.

— Addio — gemette; poi gli si abbandonò addosso, come esanime.

Aldo era là, Isabella era là, spiriti esciti dalla bufera infernale.