— La luna nuova! — gridò Orietta Malispini, come se avesse scoperto un miracolo. — È a sinistra. Fortuna a tutte!

— Dov'è? dov'è?

Si scorgeva appena, nel cielo verdino, tanto era esigua, simile a un'armilla spezzata.

— Ecco le rondini! — gridò Simonetta. — Ripassano. Attente!

Allora, spinta dall'onda terribile del suo cuore, anche Vana si sporse insinuando tra quei corpi freschi e sani la sua magrezza cocente, le sue ossa bruciate nelle midolle, come un fastello di stipa tra floridi rami di mandorlo.

— Le vedo, le vedo — disse Adimara.

— Le vedo — disse Novella.

Portavano a loro il messaggio d'oltremare, il messaggio del principe di terra lontana, un'allegrezza affannosa, una nova avidità di vivere. Ma per Vana erano come le saette incarnite nella piaga, che a un tratto sieno rimosse; erano come un rincrudimento di supplizio. Per lei non venivano d'oltremare ma dagli stagni di Mantova, dalle crete di Volterra, dal fondo della sua stessa febbre, della sua stessa abominazione. Nessuna melodia poteva sconvolgerla a dentro come quel piccolo strido fuggente. Falde di vita si distaccavano dal passato e le rotolavano su l'anima enormi come valanghe. Ella era quella medesima che, addossata allo stipo della Estense, con la testa appoggiata alle tarsìe, aveva sentito il saettamento del volo trafiggerla da tempia a tempia e straziare il cielo che s'invergiliava bianco. «O rondine, sorella rondine, come può esser pieno di primavera il tuo cuore? Il tuo è leggero come la foglia appena nata, il mio è in me come un tizzo consunto.... Dove tu voli non ti seguirò, finché tu ti rammenti, finché io non mi scordi». Le parole del poeta ritornavano.

E, come se anche un accento della vita lontana con le parole e con le rondini ritornasse, Orietta pregò cingendole la cintura col braccio e accostandola al suo viso di mammole:

— Vanina, Vanina, perché non ci canti una canzone, prima che ce ne andiamo?