— Che accade? — le chiese, prima ch'ella si sedesse, prima ch'ella sollevasse il suo velo.

Allora ella si sentì perduta. Tutto il coraggio le si dileguò, il cuneo della volontà cadde come una forcina poteva caderle dai capelli, come una cosa da nulla. Di tutta la sua forza non le rimase se non un orribile tremolìo nello stomaco vuoto e un'amarezza intollerabile nella bocca.

— Datemi da bere — ella disse.

— Tè?

— No, acqua.

Strane imagini le balenavano, strani ricordi; e la prendeva una smania bizzarra di divagare, di dire cose incoerenti e inattese. Ripensava a quel ch'egli aveva detto un giorno del cibo agglomerato nel gozzo dell'avvoltoio, che il rapace vomita quando è assalito dal nemico, prima di spiccare il volo. Perché ci ripensava? Guardò intorno smarritamente. Vide su le pareti stampe e disegni che rappresentavano la struttura dei volatori di grande specie. Riconobbe sopra una tavola ingombra di libri e di carte il ritratto di Giulio Cambiaso in una cornice d'ebano. S'appressò, si chinò a guardare, col petto in tumulto. Nell'effigie muta e immobile sotto il cristallo, vide dischiudersi il sorriso su i piccoli denti di fanciullo. «S'egli ora fosse vivo, la mia sorte sarebbe diversa?»

— Forse egli mi manda — disse, e sùbito si pentì d'aver detto.

Guardò rapidamente Paolo e vide con terrore ch'egli era già convulso nell'aspettazione.

— Sedete qui, Vana, sedete.

— Qualcuno m'avrà veduta entrare? — disse ella, avvicinandosi a una finestra, con un accento singolare di donna prudente, come se quello fosse un colloquio d'amore colpevole.