Vana non udiva se non a intervalli, come a traverso una porta che si aprisse e si richiudesse di continuo. La sorella camminava su e giù per la stanza discorrendo. E ogni movimento di lei la urtava nel fianco, la urtava nel petto, la urtava nel mezzo del viso come il pugno brutale d'un avversario accanito.

— Sai? — disse quella soffermandosi e guardandola, con qualcosa di falso e d'ambiguo e di sforzato nelle labbra e nello sguardo. — Sai l'ultima? Mi rimproverano che io ti permetta di uscire sola!

— Ah — fece Vana; e non poté parlare, soffocata dall'odio, dubitando della verità di quel biasimo, giudicandolo un assaggio scaltro, presentendo un tentativo insidioso.

L'altra parve divinare l'insurrezione ostile, perché soggiunse:

— Naturalmente, ne ho riso.

E ricominciò a camminare su e giù per la stanza con quel passo ondeggiante, con quel gioco dei ginocchi, con quella maniera di soppesare il suo corpo su i suoi malleoli come uno che soppesi nella mano una cosa d'inestimabile pregio e ve la ponga sotto gli occhi ostinatamente per forzarvi a una perpetua maraviglia, a una perpetua cupidigia. Lo sguardo del fratello seguiva ogni movenza, di sotto alle palpebre socchiuse nell'occhiaia turchiniccia e cava.

— Vado — disse Vana voltandosi verso l'uscio, non sostenendo l'orrore delle visioni. — Sono aspettata.

Uscì come di fuga. Di fuga traversò il corridoio, l'anticamera; scese la scala, per l'androne si trovò all'aria aperta, sul lastrico. Respirò come per sentire che i suoi polmoni erano ancóra dentro le sue costole, che la sua vita le apparteneva ancóra. Andò diritta innanzi a sé, provando sotto i suoi tacchi la via dura, con la fronte corrugata quasi a serrare fra ciglio e ciglio la sua volontà angusta e aguzza, piantata là come un cuneo. Non guardava né a destra né a manca, ma costantemente innanzi a sé, cercando di non vedere i passanti, risoluta a non arrestarsi anche se l'avversità del caso la portasse all'incontro d'una persona familiare. Né guardava dentro di sé; perché voleva sfuggire alla riflessione, all'esitazione, all'abominazione del suo atto. Pensava soltanto: «M'aspetta. È l'ora. Debbo andare. Vado». Riconobbe l'imboccatura della via. L'odore delle roselline, che imbiancavano i cancelli d'un giardino, le fece mancare il cuore. Sentì sopra di sé il pianto che avevano pianto le sue eguali. «Chi m'ha fatta così? chi m'ha fatta così?»

La porta era là. Si volse, gittò un'occhiata da un capo all'altro della via ch'era quasi deserta. Entrò.

Paolo Tarsis l'aspettava. La condusse in una larga stanza, scura di legni e di cuoi, dove il fuoco ardeva in un caminetto rivestito di rame rosso. Egli non dissimulava la sua ansietà.