— No.

— La prenderò io.

— Vado da Simonetta.

— Entra un momento. C'è Aldo.

Dall'interno della stanza la voce del fratello disse:

— Morìccica, ho incontrato Adimara stamani. Ho saputo che ieri la festa delle compiute donzelle andò a finire in lacrime. Cantasti, sembra, con la più straziante soavità.

Ella contrasse i muscoli del sorriso, apparendo su la soglia. Aldo era disteso sul divano. La sensazione d'inesistenza e di lontananza, in cui ella da qualche tempo si smarriva così spesso, le si rinnovò. Le parve che quelle parole in quei modi non appartenessero a quegli che pure le aveva proferite. Ella lo vedeva là, in un'attitudine pigra, ma guardingo, ritenuto, col suo segreto ben chiuso nella sua fronte luminosa. Di lui tuttavia non udiva se non la voce che aveva risonato laggiù, tra il fumo dei bulicami, su la ripa maledetta; di lui non vedeva se non l'aspetto ch'ella gli aveva veduto laggiù, oltrepassata la piccola porta di pietra carica di nera edera, contro il muro diruto dell'abside scoperchiata, sotto la torre mozza, fra le macerie ancor calde del vampo canicolare, in una sera di demenza.

— Parlavamo dello Sciacallo — disse Isabella.

Con quel nome sinistro ella designava la matrigna, la seconda moglie di Curzio Lunati.

— Non lascia mai di darmi fastidio, quando sono qui. Mi pento di esser venuta via da Roma. Passa la sua vita a congiurare contro di noi, da quella cameriera licenziata che è. E tutte le cattivèrie che mi fa mio padre, sono aizzate da lei.