Si baciavano, si scontravano urtandosi con le falde dei cappelli o ritraevano vivamente le mani per non incrociarle; e ridevano, con le ciglia ancóra umide.

— Addio, Simonetta — disse anche Vana all'ospite abbracciandola.

La fulva faunella coronata di pino ruppe un rametto di lilla, lo mise nella mano della cantatrice e su la mano posò le labbra, con una gentilezza infantile.

— Baciami Isa; e sgridami Aldo.

Giù per le scale, Adimara tenne il braccio di Vana che portava il rametto. Sul lastrico umido i cavalli delle carrozze scalpitavano, gli sportelli sbattevano chiudendosi; sonavano gli ultimi saluti. E tutta quella giovinezza inquieta si sparpagliò per vie diverse, nella sera di marzo che anch'essa piangeva di gocciole e rideva di stelle.

— Vana! Sei tu?

Ella sobbalzò, pel corridoio scuro. Era la voce d'Isabella che l'aveva udita passare nell'aprir l'uscio della stanza. Entrambe ora nel sorvegliarsi avevano acquistata una strana acuità. A vicenda, prima di udire, prima di vedere, si sentivano.

— Dove vai?

— Esco.

— Prendi con te Lunella?