— Di che m'accusate? — disse Paolo Tarsis sconvolto dinanzi a quell'energia minacciosa. — Di avervi tenuta alta su l'altare d'una memoria? di avervi serbata in me quale voi stessa voleste essere?

— Non accuso, non accuso. Grido, perché tutte le mie ossa gridano come su la ruota, perché non m'è rimasta se non questa forza di gridare e bisogna che l'esaurisca per annientarmi. Non so perché, dianzi, mi sia venuto in mente quel che una sera diceste dell'avvoltoio che rigetta il suo cibo orribile, quando è assalito, e quando è ferito a morte, e dopo che è spirato anche. L'odore atroce fa impallidire e mancare chiunque gli s'avvicini. Non so perché mi sia venuto in mente questo, non so. Ma io ho tanta ignominia sul cuore, ho tanta abominazione dentro di me che non posso più reggerla. L'altare! Io su l'altare! Ma chi mai fu profanata, fu bruttata più di me? A Volterra, in un piccolo oratorio di campagna, c'è quell'Imagine che porta i segni delle tre pietre scagliate dal viandante malvagio. Era il mio rifugio, era il luogo del mio vóto. Ma dov'è il miracolo? E che cosa può mai l'amore, se il mio amore non ha potuto nulla?

— E che mai avrei potuto io? che posso io per voi?

— Che mai, se non m'amate, se amate l'altra? Nulla, certo. Volete ragionare? volete persuadermi che non avete nessuna colpa? Ma io non accuso, e forse neppure comprendo. Ve l'ho detto: mi sfogo, grido. Fate conto d'aver ferito l'avvoltoio e di dover sopportare l'agonia orribile. Non mi ribello contro di voi; finisco come vuole la mia sorte. Tre indugi sono concessi, tre avvertimenti, tre prove, a qualunque scellerato. Dopo la terza volta, la tolleranza ha termine. Questa è la mia terza volta. Tolleratemi ancóra. Pensate ancóra per un momento che sono viva, che sono una creatura di carne e d'anima, che sono una pena respirante. «Bisogna dar tutto» comanda una parola divina. Io ho dato tutto. Non chiedo nulla in cambio; ma mi sia concesso di testimoniare che ho dato tutto, prima di andarmene. La prima volta, su la brughiera, non parlai del mio amore; piansi soltanto. La seconda volta, su la strada fangosa di Volterra, parlai; e mi fu risposto. Questa è la terza. Invoco forse un diritto? No; la tolleranza che si concede al più miserabile. Tento d'imporvi la mia pena? No. Voi siete estraneo, incolpevole: amate l'altra. Ma, giacché professate il culto delle memorie, umilmente vi domando di ricordarvi che un giorno, un giorno omai troppo remoto, voi veniste incontro al mio amore, voi lo prendeste per la mano e lo avvicinaste a voi.... Oh, lo so, lo so: non fu se non un gesto interrotto.

— Chi può rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio?

— Non accuso. Invoco l'indulgenza, cerco di farmi perdonare l'ostinazione. Tutto può esser dato, qualche volta, per rintracciare il valore d'un gesto, d'una parola, d'un silenzio. Lasciatemi parlare del mio amore!

Ben era viva, uno stretto nesso di vita ella era, un tenace nodo di potenza; e la massa della sua chioma piantata intorno alla sua fronte era come quel torsello che è imposto al capo il qual debba sollevare grande peso.

— Non temo di mostrarvi la mia verità. A chi mi confesserò se non a colui che amo? Questo è un sacramento. «Che cosa hai tu fatto dell'anima tua?» E bisogna rispondere. Non si perdona a chi abbia vissuto invano. Io ho dato tutto. La mia anima disperata io l'ho sostenuta con la speranza, per l'amore dell'amore. Udite questo. La notte che seguì il vostro arrivo a Volterra, io e mia sorella fummo l'una di fronte all'altra, così come nostra madre ci fece, senza freno e senza maschera. Ella era smarrita, ella era atterrita dinanzi a quel che il mio cuore poteva. Tre volte, disse: «Fa dunque ch'egli t'ami». Era una sfida superba? La raccolsi? M'illusi di poter vincere? E che ho mai fatto io per vincere? di quali seduzioni mi sono armata? Udite questo ancóra. Quella notte, nel combattimento, ella mi domandò: «Credi tu che l'ami di più?» Io risposi: «Non di più. L'amo io sola». Avevo già guardato la morte, mi ero già inclinata verso l'abisso. E volli vivere. Non io volli vivere, ma il mio amore volle vivere in me. Non ero nata se non per portarlo. Tutto in me, dalla fronte al piede, era congegnato per portarlo. E che cosa ho io fatto per attirarvi a me? Vi dissi addio, laggiù, su gli stagni bollenti. E fino a oggi son rimasta distante come chi ha detto addio. Ma in certi giorni ho conosciuto la santità di ardere, d'essere sola e di ardere per ardere. Qualcuno ha detto che la fiamma è di natura animale. Ah, come l'ho compreso, come l'ho sentito! Giorni d'ardore, senz'altro sollievo che il sospiro; giorni d'olocausto, in cui nulla avanzava non consumato....

Egli temeva di guardarla. Teneva il suo capo fra le palme, e guardava il fuoco semispento nel camino.

— Potevo io vincere? Quella notte ella aveva detto: «L'amore più forte non è quello che vince?» Ah, non è vero. Ho dato tutto, per saper questo! Ella aveva detto a disfida: «Egli è folle di me.» Sì, una cosa torbida e trista vi rendeva folle, vi rende folle. Vi amavo io sola, vi amo io sola. Ma non avevate occhi per me, come ora; non per me, non per l'inganno....