Certo, nel martirio della sua scienza, non aveva veduto nulla di più crudo; fra tutte le miserie, fra tutte le ignominie nessuna più atroce di quella che si rivelava nella convulsione di quella faccia ch'ella aveva amata, in cui ella aveva adunata tutta la luce della vita. In verità, in verità, omai ella poteva ripetere la parola divina: «È compiuto»; e nessun'altra.
— Che cosa? — ripetè egli sordamente.
Ella non rispondeva. Era più facile trarre una voce da quella parete, da quel legno, da una qualunque di quelle forme angolose e scure sparse intorno come massi d'inimicizia, che disuggellare quelle labbra. Ella si rimetteva il cappello, il velo, senza fretta e senza fiacchezza. Egli aveva ripreso a vagare per la stanza, serrato dalle branche e dalle zanne invisibili. Ritornò verso di lei; le mostrò di nuovo quella faccia che pareva fosse stata ficcata nel più turpe fango umano e poi risollevata tutta contraffatta e lorda.
— Da quanto dura? — chiese con la voce brutale.
Ella non rispose.
— Andatevene, dunque, andatevene! — proruppe egli, forsennato, non respirando che l'ingiuria e la violenza.
Ella gittò un rapido sguardo all'imagine chiusa nella custodia di lutto; abbassò il velo; andò verso l'uscio, l'aprì ella medesima. Egli la richiamò.
— Vana!
Ella non si volse, traversò l'andito. Un domestico la precedeva per accompagnarla fino alla scala. Ella aveva il passo fermo, un rigore quasi lapideo in tutta la persona, una tesa volontà di ripulsa, come per rendersi intangibile; poiché pensava che una mano potesse a un tratto prenderla per la spalla e trattenerla. Si ritrovò sul lastrico. «È compiuto».
Camminò diritta lungo il muro; rasentò ancóra i cancelli carichi di roselline. «Sono gialle» notò. Senza soffermarsi ne colse una che pendeva all'altezza della sua mano: era sfiorita; si sfogliò subito. Le pareva di sorridere, ma veramente non sorrideva. «Viviano, Viviano,» pensò «credevo che t'avrei riveduto, credevo che l'ultimo saluto sarebbe stato per te, buon compagno».