Rasentando un muro scrostato su cui scorreva la sua propria ombra, ella rivide la larva smorticcia quale erale apparsa laggiù, alla Badia, uscente dalla parete come una di quelle figure estinte che l'intonaco ancor serra presso il grande cavallo bianco. «Un sorriso in una pietra. Chi sa che cosa anche tu avevi scoperto nella vita! Ma tu sei senza età! Io ho vent'anni; e so troppe cose. Tu sei impietrato, sei scolpito, non ti muti più. La bestia orribile non si affaccerà all'improvviso fra la tua fronte e la tua gola». Ella batteva le palpebre come per cacciare l'imagine della faccia bestiale, dianzi veduta tra la fronte e la gola, del suo amore; che di continuo le si riformava in fondo alla pupilla. Quella ancóra la sconvolgeva, la inorridiva. Ma, se fosse riuscita a cancellarla, le sarebbe quasi parso di non soffrir più; perché in quel punto aveva l'illusione d'essersi liberata da tutto il resto. Era come se le avessero capovolta l'anima, come se fossero andate al fondo tutte le cose infeste che la strangolavano e fosse venuta nel luogo loro una parte preservata e lontana ove non aliasse se non l'aura dell'estrema pace. «Tutto è compiuto. Tutto è consumato».

Su una piccola piazza vide un cavallo bianco attaccato a una vettura publica. Era d'un bianco qua e là giallastro, con la testa bassa tra due gran paraocchi, con un'aria stanca e triste su le sue gambe arcate.

— Vuole? — domandò il cocchiere, rubicondo e lustro.

Ella mise il piede sul predellino.

— Dove La porto?

Ella voleva rispondere: «Alla Badia». Diede l'indirizzo di Simonetta Cesi. Il cavallo bianco trotterellava zoppicando; e la sua lunga schiena stecchita s'abbassava verso la spalla sinistra, a stratte. Per non guardarla, Vana alzò gli occhi: vide il sole roseo sul cornicione d'un palazzo, il lieve cielo come sparso di piume, un grande albero della Giudea fiorito in un giardino. Cercò anche una rondine a volo, un nido di rondine in una gronda: inutilmente. «Simonetta, Simonetta, che dirai domani? Piangerai un'altra volta? Ah, se tu sapessi quanto male fa l'amore, a chi ama e a chi non ama! Il pastore di Fondi lo sa, e anche la Driade. Dio ti guardi, sorella allegra!» Diede al cocchiere un altro indirizzo, il suo proprio. S'appoggiò indietro; e guardò il cielo, respirò la primavera, cercò una rondine in una gronda. L'ansietà la riprese; di nuovo il cuore le si torse; l'anima le si rivolse, e le cose crudeli la strangolarono. «Isabella è già uscita? Va dov'egli l'aspetta? E che accadrà? S'egli la uccidesse....» Con un gran sobbalzo ella rivide quelle mani contratte che s'erano tese verso di lei e che non l'avevano toccata, non avevano osato più toccarla. «Perché ho fatto questo? Per vendicarmi? La vendetta è una gioia. E qual'è la mia gioia? L'ho fatto per provargli che l'amo io sola? E mi sembra di non amarlo più. L'ho fatto per essere alfine costretta a morire? Ficcare il viso a fondo nel lordume della vita è una maniera di morire». E la sua inconsapevolezza profonda, di sotto alla sua scienza funesta, si tendeva verso il mistero in cui s'oscuravano le creature del suo medesimo sangue. «Isabella va ogni giorno laggiù dov'egli l'aspetta, e Aldo non lo ignora. Spesso ella s'indugia, non torna se non a tarda notte, qualche volta al mattino; e Aldo non lo ignora.» Senza comprendere, ella rimaneva come sotto un incubo deforme, con un misto di ribrezzo e d'ambascia. Scorse nella vetrina d'un fioraio un mazzo di rose gialle in mezzo a un fascio di capelvenere. Fece fermare la vettura; discese; entrò, comperò i fiori. Li tenne su le sue ginocchia, stringendo i gambi con le due mani. Nell'orrore inesplicabile della vita si rifugiava anche una volta presso l'Ombra. Rivedeva il sorriso vivente di Giulio Cambiaso, i denti minuti e puri come quelli di un bimbo; e sentiva che veramente nessuna creatura umana era stata per lei tanto dolce e nessuna tanto vicina. Ebbe onta della sua ribellione insensata contro quella tutela funebre. Disse, come sul sentiero della Badia: «Fra poco, fra poco verrò».

E allora le figure del caso, — quelle rose, il cavallo bianco, il muro scrostato, la disparizione delle rondini — furono i segni che la conducevano verso il compimento. E tutto, da quel punto, fu segno e indizio e fatalità.

Scese davanti alla sua porta. Seppe dal portiere che Isabella era uscita, che Lunella era rientrata. Salì all'appartamento della sorellina. Udì la voce di Miss Imogen che recitava nel suo idioma il ritornello d'una vecchia leggenda. Si soffermò; spiò, non vista.

Lunella era seduta accanto alla finestra, simile a un gentile paggio, vestita di velluto fulvo, col suo largo collare di merletto, co' suoi fiocchi di nastro che le ritenevano il peso dei capelli alle tempie. Intagliava con le sue forbici una imaginetta in un foglio di carta. Ai suoi piedi Tiapa era seduta su la seggiolina dorata, in un abbigliamento suntuoso che nascondeva le ferite e le magagne, tutta seta e ricami, come una minuscola Infanta. E Miss Imogen, smilza e biondiccia, con quella voce melodiosa che l'aveva resa accetta a Isabella, in piedi presso i vetri, leggeva nel libro la tenzone della Madre e del Figlio. «E quando tornerai tu dal viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — e quando tornerai tu dal viaggio? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.»

Vana tratteneva il respiro, spiando per mezzo ai lembi della tenda. La stanza era chiara e tranquilla, con la sua tavola, con il suo leggìo, con la sua scansia di libri, con la sua lastra di lavagna ove restava disegnata dal gesso una figura geometrica. Lunella era intenta alla sua arte, sporgendo di tratto in tratto il labbro di sotto se l'intaglio le riusciva difficile, secondando con le dita abili l'arrendevolezza del foglio che le si volgeva per ogni verso. A ogni risposta del figlio ella s'interrompeva per un attimo, sollevava le palpebre ombrose e guardava il libro. Poiché stava ella di profilo contro la luce, Vana in quell'attimo le vedeva gli occhi color di nocciola rischiarati per traverso splendere come topazii. «Quando l'alba si leva a tramontana, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — quando l'alba si leva a tramontana? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando le pietre nuotino nel mare, — o cara madre.»