— Perché una.... porta sfortuna.
— Chi l'ha detto?
— Te lo dico io.
— E perché lo dici?
— Perché lo so.
— E come lo sai?
— Sta a sentire. Una volta una bambina, che non si chiamava Lunella ma era dolce come Lunella, si partì di lontano lontano, dall'estremità della terra, da un paese che si chiamava Madura, dove c'era un Dio che si chiamava Visnù; si partì sola sola, a piedi nudi, per portare una rosa: una rosa gialla. E la portò, e la diede; ma quello che l'ebbe, sùbito morì.
— Oh no!
La forza misteriosa del sangue si rimescolò, a quell'accento. Era come un'eco ritornante, come una ripercussione recata da un'aura dei luoghi profondi. Vana credette riudire sé medesima in quelle due sillabe esclamate, sé medesima nella remotissima ora. Quell'accento era sorto all'improvviso dal penetrale della stirpe, ove le geniture segnarono i più lievi segni del riconoscimento, lievi e pure più certi d'ogni altra affinità carnale, palesati a quando a quando con un'aria, con un tono, con un gesto, con uno sguardo.
— Sorellina, sorellina, perché tanto mi somigli? — disse Vana, invasa da una commozione che non poté nascondere.