E serrò perdutamente sul suo petto la creatura palpitante; e la tenne. E quella non si disciolse ma restò nella stretta, nella calda tenerezza; vi s'accomodò con piccoli moti dei muscoli come per meglio aderire, sentendo un calore materno esalare da quelle braccia e penetrarla, un calore materno che pur la sorella sentiva sorgere a poco a poco dal suo petto verginale con la rivivente imagine di quella che le aveva carezzate entrambe nel tempo felice.

«E quando tornerai dal tuo viaggio, — o figlio mio gioioso, dimmi, dimmi, — e quando tornerai dal tuo viaggio? — E ben so che non ho altri che te.» — «Quando l'alba si levi a tramontana, — o cara madre.» Il ritornello, non come verbo ma come melodia, ondeggiava sul cuore di Vana, forse anche su l'altro piccolo cuore. Su i vetri della finestra pioveva l'azzurro sempre più cupo; l'ombra s'addensava nelle pieghe delle tende, negli angoli, sotto le porte; il rumore cittadino non giungeva sino a quel silenzio, se non indistinto. «Quando le pietre nuotino nel mare, — o cara madre.»

Vana s'accorse che Lunella s'era addormentata; e l'anima le venne meno, di struggimento. Non si mosse, non diede il più lieve crollo. Come Miss Imogen apparve all'uscio, con gli occhi ella le accennò di non appressarsi. Quella si ritrasse. La bimba dormiva con la gota contro la spalla della sorella, abbandonata su le ginocchia che la reggevano. Vana sentiva l'odore e il tepore dei capelli, il respiro quieto, tutta la gracilità sensibile delle ossa. Ascoltava il silenzio: le cose vi calavano a fondo come in un mare. «Quando le piume sienvi come piombo, — o cara madre.»

S'era fatto il vespro. L'azzurro su i vetri pendeva nel violetto. Forse la stella già tremolava sul più alto cipresso del giardino. La prima squilla della salutazione angelica mosse un'onda che le inondò i precordii. «Quando giudichi Iddio tra i vivi e i morti....» Ben era quell'onda stessa che le saliva alle ciglia, che traboccava. La contenne, la riversò dentro, per tema che le gocciole calde scorressero, cadessero sul viso di Lunella, la risvegliassero. «Ah dormire, dormire, non saper più nulla, non ricordarsi più di nulla, entrare così nella pace, senza risveglio!» Ella pensò che un giorno, per essere felice e per ringraziare il Cielo d'esser nata, parve le bastasse di appoggiare il capo sopra un petto crudele e di piangere un poco e di addormentarsi e di non svegliarsi più. Ora la sua piccola sorella faceva quell'atto, ed era come s'ella medesima lo facesse verso quella madre che si sentiva rispondere per ambagi sempre la parola disperata.

Le campane sonavano; l'ombra s'incupiva; il respiro di Lunella era eguale. Il sopore si propagava da quel dolce corpo abbandonato. «Fin che tu ti rammenti, fin che io non mi scordi!» Le palpebre di Vana s'appesantivano; il suo respiro s'accompagnava al respiro innocente. Il tempo fluiva nell'oscurità.

D'improvviso nell'oscurità un grido si levò, un grido di terrore; a cui un altro grido rispose, ché anche la misera nella confusione del sonno era atterrita sentendo le mani di Lunella aggrapparsi al suo collo, e tutto il corpo sobbalzare convulso.

— Vanina! Vanina!

Gridava come se morisse o vedesse morire, gridava come nelle tenebre del sepolcreto.

Sbigottita Imogen accorse, fece la luce, vide le due sorelle aggrappate l'una all'altra e smorte.

— Mio Dio! Mio Dio! Che accade?