— Quando io vivevo — disse piano — qui si faceva musica, verso quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?

— Io me ne ricordo — disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra come usava lungo il manico del suo violoncello. — Forse la mia viola da gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.

Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno stendardetto era intarsiato il nome soave.

— Certo è là, la tua viola — assentì l'incantatrice, con gli occhi fissi. — La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale! Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.

— Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! — disse l'adolescente inebriandosi. — La cassa era costruita come la carena dei navigli a liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.

Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza: ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco d'ombra.

— Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo. Te ne ricordi?

— Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia testimonio....»

— Autore della Musica!

— Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una per oggi, una per quest'ora: «Ove con pié d'argento». Era rilegato in pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro dev'essere nello stipo.