Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.

— Vanina, — ella disse — perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti sotto voce una canzone?

— La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «Amors me fait commencier Une chanson novelle....» — disse Aldo. — Oppure quella d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella che finisce: «O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is shee!» A che pensi?

Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi rispose:

— Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una pausa alle rondini, intanto.

— È vero — disse Isabella.

Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come saettamenti disperati.

— Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! — disse Aldo.

— Anche a me — disse Isabella.

Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che masticate forzano i muscoli del sorriso.