Gli operai carponi spargevano stipa accesa nel canale interposto tra la parete della fornace e l'entrata della forma, per asciugar la terra fresca. Un di loro teneva già in pugno il mandriano che doveva percuotere la spina e sprigionare il bronzo liquido. Il mastro era salito in piedi sul tavolone che attraversava la fossa fusoria.
— Do? — chiese l'uomo in atto di vibrare il palo di ferro.
Allora parve a Paolo Tarsis che l'aria ripalpitasse d'un'ansietà religiosa come nell'attesa del miracolo. Egli respirò nell'anima stessa del fuoco e nell'anima del fratel suo. Il primo urto del ferro gli risonò nell'osso del petto. Una vena furente e fulgente si precipitò pel varco, più divina delle divine meteore. E non era la colata del metallo strutto che soffiava e stridiva nei rami di gitto a riempire il cavo della statua bella, ma era la bellezza e l'immortalità d'una seconda vita che perpetuava l'ideale imagine fraterna e esaltava il superstite in una subitanea purificazione. Quando la forma fu piena e la leva s'abbassò e il turo chiuse la bocca rigurgitante e il metallo superfluo s'incupì nel fermarsi, egli sentì che il rito del fuoco s'era compiuto dentro di lui e che la parola del rito non poteva essere se non quella del compagno: «Anch'io.»
Si volse a Iacopo Caracci e lo vide ancor pallido sotto la maschera di polvere e di fuliggine; e s'accorse ch'entrambi erano su l'orlo della fossa fusoria e che egli stesso portava le vestigia ignee sul viso.
— Quando la mia? — domandò allo statuario.
Questi sùbito comprese che la domanda alludeva alla seconda fusione.
— Fra due settimane.
— E il metallo?
— C'è già, e buono. Venga a vedere.
L'artefice lo condusse dove i masselli erano accumulati.