Pareva che il fiato dell'amicizia addolcisse e serenasse il suo dolore, per quell'umida e tiepida sera d'aprile ove la vecchia città di mattone fumigava con le sue torri come torchi spenti nei suoi chiostri senza fine contigui. «E io? non sono più nulla per te, Aini?» disse allora una bocca sanguinosa. «Ricòrdati del mio pianto come io mi ricorderò della parola che accompagnava i tuoi colpi....» E il tormento ricominciò, più fiero.
Egli salì in una vettura e si fece ricondurre all'albergo, sperando di trovare qualche notizia, un dispaccio di risposta. Nulla. Un carrozzone pomposo come un feretro entrava con rimbombo nell'atrio portando una sola viaggiatrice: una piccola vecchia grinza e adunca, che lo guardò con due occhi di gufo. Sotto il colonnato egli rivide la tavola dove s'era seduto con Isabella nella breve sosta, in quel pomeriggio di giugno. Un facchino aveva lasciato là uno strofinaccio; le sedie di vimini vuote stavano intorno a guardarlo.
Dopo pranzo, uscì di nuovo per le vie non sapendo come ingannare la sua ansia. Sotto un portico violentemente illuminato udì un clamore di folla, uno scroscio di applausi. Alle mura e alle colonne pendevano imagini di pugilatori giganteschi in atto di combattere, seminudi, coi pugni armati di guanti enormi. Entrò in una vasta sala gremita, afosa di mille petti anelanti. Sopra un palco recinto di corde, un bianco e un negro combattevano, assistiti dall'arbitro. Ma non era un combattimento, era una carneficina disgustosa. Il bianco, già ridotto un cencio sanguinante, aveva le labbra lacere, il naso pesto, le palpebre gonfie, tutto il ceffo disfatto; ma resisteva tuttavia con un coraggio inumano, sputando nel sangue ingiurie atroci contro il suo carnefice. Il negro ghignava dalla larga fauce piena di denti d'oro, e senza pietà scagliava contro la mascella dell'avversario il pugno infallibile. Facilmente egli avrebbe potuto con un urto nello stomaco abbatterlo in modo che non si rialzasse più; ma pareva ch'egli avesse un vecchio rancore da sfogare, una lunga vendetta da compiere. Il bianco era omai stremato di forze; ed egli lo teneva in piedi, come se giocasse con un fantoccio, rimettendolo a piombo per la rapidità dei colpi alterni a destra e a sinistra. Tutto il palco era sparso di sangue. Le viscere della folla urlarono: — Basta! Basta! — I denti d'oro brillavano nel ghigno scimmiesco. Le guardie intervennero.
Paolo Tarsis, che pure tante volte s'era appassionato a quegli spettacoli, fuggì sconvolto, col cuore in gola. Si ricordava del giorno in cui egli e il compagno avevano assistito, in Sidney, dai gradi d'un immenso stadio capace di ventimila spettatori, sotto la giovine luce, al pugilato supremo fra il negro Jack Johnson e Tommy Burns il Canadese, finito in carneficina anche quello. Come entrò nell'ombra, all'estremo del portico, due o tre bagasce in agguato lo sollecitarono. Da un Caffè fumoso veniva un coro ignobile accompagnato da uno stridìo di mandolini e di chitarre. Un chiarore verdognolo, dalla vetrina d'una Farmacia, non rischiarava se non le tracce dei piedi umidicci su le lastre. Ed era una notte d'aprile.
«Spero di vedere a faccia a faccia il mio Pilota — quando io abbia passata la linea.» Egli ripeteva al suo disgusto e al suo rimorso le parole del poeta d'In memoriam care all'amico, mentre andava verso la bottega del fonditore.
Iacopo Caracci lo attendeva presso il forno.
— Ebbene?
— Il metallo si comincia a muovere.
Rimasero l'uno accanto all'altro, taciturni. Lo statuario aveva tra le dita una pallottola di cera bruna e la brancicava di continuo. Il forno ruggiva da tutti i forami splendendo. Il mastro ficcò in una buca una lunga verga adunca e tentò il bacino. La verga ritratta ardeva incandescente nella mano quasi incombustibile, e tutta la persona s'avvampava al riverbero. Due manovali stillanti di sudore issarono l'ultima corba di metallo bruto e a uno a uno fecero calare i masselli nell'ardore che abbrusticava le braccia villose. Il forno crepitò e crosciò nelle sue armature ferrate, mentre per lo spiracolo del tirante si vide lampeggiare il migliaccio liquefatto.
— Pronti? — chiese il Caracci, un poco pallido, lasciando cadere la cera ammollita dal pollice e dall'indice in cui aveva constretta la sua irrequietudine.