Era un mattino d'aprile, ma il viaggio fu lugubre. Le montagne s'infoscavano fasciate di nuvole. Soffiava per tutto l'Apennino un vento diaccio. Due volte egli fermò la macchina per tornare indietro, perplesso: due volte vinse il presentimento che lo mordeva.
A Bologna, tanto crebbe la sua angoscia che non poté placarla se non tentando di riudire la voce della povera anima lontana. Attese lungamente nell'ufficio delle comunicazioni. Il rombo del suo cuore empiva la cabina ottusa. L'apparecchio era pieno d'un balbettio incomprensibile, ed egli gittava nell'imbuto nero la sua ansietà inutilmente.
Più tardi, andò nella bottega del fonditore. Piovigginava. Sotto la vasta tettoia il forno fusorio era già acceso. Il fumo si spandeva per le travature, strisciava su i cumuli di terra, su i mucchi di mattoni refrattarii, su le crepe le croste le buche delle muraglie. E il ricordo dell'inferno di Monte Cèrboli gli passò nello spirito.
Iacopo Caracci lo condusse su pel margine d'una fossa piena d'ombra ove si movevano i manovali taciturni. Di sotto alle catene alle funi agli uncini dei paranchi, per mezzo ai fasci di stipa alle portantine dei crogiuoli alle corbe di metallo bruto, lo condusse verso quella delle due cere non ancóra rivestita della tonaca di terra.
Il volatore palpitò e s'illuminò. Una forma possente s'ergeva dinanzi a lui con l'ali aperte. Era Dedalo? era Icaro? era il Dèmone del folle volo umano? Non era l'artefice ateniese, il fabro della falsa vacca, né era il suo figlio incauto; perché il corpo gagliardo, fra le due età, rivelava il vigore adulto, giunto alla perfezione del crescere, compiuto. Pareva che uno degli Schiavi michelangioleschi, un di quei quattro che il Titano lasciò sbozzati nei blocchi e il nepote Lionardo offerse al duca Cosimo, alfine con un colpo di spalla e un colpo di ginocchio si fosse sprigionato dall'aspra ganga e col nerbo delle braccia franche avesse imbracciato due ali per le guigge al modo di due grandi clìpei e con tutto lo scatto delle congiunte gambe pontando i piedi spiccasse il volo.
«Àrdea!» Il vincitore di Brescia riudì entro di sé il grido della moltitudine, riebbe un brivido di quell'ebrezza quando una intera stirpe fu nuova e gioiosa in lui; rivisse gli attimi sublimi quando il pilota invisibile gli era tra l'una e l'altra ala come uno spirito del vento, quando il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre, quando non la Nike soltanto ma tutta la gloria di sua gente era alzata su la colonna di Roma.
Non poteva quell'impeto di uno e di tutti essere espresso in simulacro con più alto stile. Fortemente egli lo disse all'artefice commosso; che anche nell'aspetto somigliava al Buonarroti, con una testa camusa di Sileno barbato su un piccolo corpo arido come un viluppo di corde da balestra.
Ma il metallo tardava a struggersi; la fornace ardeva con poco alito. Il bagno non era ancor pronto, né il canale; i manovali lavoravano ancóra nella fossa fusoria. Il maestro di getto, guardando il cielo piovigginoso e fiutando il vento come un veleggiatore alla panna, determinò per l'operazione un'ora tarda della notte. Paolo Tarsis uscì ma promise di ritornare.
Vagò nella sera sciroccosa, per la città malinconica, sotto i portici eguali. «Compagno, compagno, ti ritrovo!» diceva egli allo spirito della statua alata e all'imagine viva del fratel suo. Se bene una parte dell'anima gli fosse penosamente protesa verso l'orrore lontano, egli aveva dalla lontananza e dalla mutazione un senso involontario di libertà. Gli sembrava che una sera d'amicizia tornasse a lui dopo tante sere torbide e inquiete. Il ricordo gli palpitava dentro come un cuore ridivenuto duplice, gli rendeva gli accenti gli sguardi i gesti dell'essere caro, glielo faceva vivo come quando insieme avevano osservato dal limitare della tettoia i segnali del vento e compianto il pollame testardo e irriso la millanteria bracata e fatto il proposito sorridendosi emuli dagli occhi leali. Egli lo sentiva in sé come nelle lor grandi ore di silenzio, quando l'uno e l'altro erano una sola armonia operosa; lo sentiva rivivere più frescamente che se gli camminasse al fianco per quel portico solitario; se ne sentiva occupato come se fino a quel punto lo avesse tenuto nascosto e lo avesse nutrito delle sue vene e lasciato respirare pe' suoi polmoni, soffrire e gioire coi suoi precordii, sognare con la sua tristezza, attendere con la sua pazienza, sperare con la sua fede. «Compagno, compagno, ti ritrovo. Credevi tu che ci saremmo ricongiunti dopo tanta mia perdizione? Credevi tu che avremmo ripreso insieme il volo come in quel giorno quando ti venni sopravvento per raggiungerti e nel vortice dell'elica ti gittai il nostro grido di richiamo e di allarme? Se tu vinci, io vinco. Se io vinco, tu vinci. Così pensavo io, così tu pensavi. Ora, vedi?, ci hanno fatto due statue gemelle, ci hanno dato il fuoco e il metallo; e saranno fuse l'una dopo l'altra nella stessa fornace, per la tua vittoria e per la mia vittoria, per la tua memoria e per la mia memoria. Come potrebbero nell'anniversario incidere il tuo nome senza incidere il mio? Come potrei non tentare la grandezza del nostro sogno più disperato, per te, per me, innanzi quel giorno? Tutto questo tempo di viltà e di delirio, io t'ho tenuto addormentato nel mio profondo, t'ho lasciato sognare sotto il mio male. Nelle pause dell'orribile rombo ascoltavo il tuo respiro. E talvolta mi pareva intendere la tua voce che indicava la rotta. Te ne ricordi? — Ponente una quarta a libeccio! — »
E vide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle dell'Incastro, la chiostra dei monti latini, e una colonna dorica rigettata dal mare di Circe e portata lassù a forza di buoi e piantata nella cittadella e sópravi imposto il bronzo sacrificale e trionfale. E imaginò un volo infinito, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni memoria della riva di giù. « — Anch'io. — Ti ricordi di questa parola detta sorridendo? È la parola di tutti quelli che amano, è la parola del grande amore. Tu me la dicesti, con gli occhi negli occhi. Quanto ho dovuto patire e di quali mali, prima di potertela ripetere! Ma era necessario che così fosse. Per ciò non rimpiango l'immensa forza che ho consumata nella sterilità. Era necessario che così la consumassi perché io potessi riaverla da te nell'ora segnata dalla doppia sentenza. Siamo superstiziosi, come tutti quelli che giocano i giochi terribili. L'indovino di Madura! Quella che di tanto lontano ti portò la rosa del presagio, tu lo sai, ha rifatto il suo viaggio. Tutte le rose della sua cintura te le portò e te le posò su i piedi congiunti. E prima di rimettersi nel cammino del ritorno, tu lo sai, ha rinfrescato i suoi piedi nudi col fresco delle stesse rose! Ti amava. Era veramente la tua fidanzata segreta. Ma, quaggiù, dove avrebbe potuto ella cercarti se non in me che ti nascondevo? Ti amava. Lo sai. Avendo nel suo piccolo cuore una forza sovrumana, la sorte non le ha concesso se non di essere un presagio e un annunzio. È la nostra sorella dell'altra riva. È la rondine della nostra primavera.»