Allora lavare e vestire quel cadavere virgineo non sarebbe stato così triste sforzo come fu per quel corpo vivente, ancor madido di sudore, ancóra schiumoso di voluttà, vergognoso di macchie crudeli, rotto dal lungo martirio dell'orgia; che l'orrore squassava di continuo a modo di una branca protesa a scuotere per la nuca una vittima tramortita ed a finirla senza farla sanguinare.

Poi fu la luce spietata del giorno, fu il sole sul lastrico, poi fu l'arrivo dinanzi la porta socchiusa a lutto, fu la scala salita quasi con le ginocchia, fu su la soglia la vista del padre ignominioso e della matrigna feroce sopraggiunti al bottino probabile, più oltre fu l'incontro degli intrusi in nome della legge, più oltre fu tutta l'abominazione e tutta la desolazione.

E non fu mai silenzio.

Seguirono giorni in cui la vita veramente parve una storia raccontata da un ubriaco, rossa di furia e di onta. Ovunque la volontà del dolore cercò uno scampo, ovunque trovò una via senza uscita, una muraglia cieca, un'insidia coperta. Nella sera di Mantova il bisogno folle di sfuggire aveva cacciato l'adolescente tra le pareti ignote, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile ruina: ogni porta, piena di minaccia; ogni scala, piena di terrore; ogni corridoio, come un abisso. Tale non egli soltanto ma ciascun superstite, non nel Palagio del Sogno d'estate ma nel nesso e nel flesso degli eventi e delle sorti, nella distretta degli impedimenti e delle necessità, nel segreto del suo proprio spirito e nella contingenza dei casi manifesti. Ogni proposito d'azione sembrava trarre dietro dì sé il fantasma d'un delitto.

E in un'ora più nera di qualunque altra, Paolo Tarsis credette ricevere il messaggio del compagno fedele oltre la morte. Da una lontananza infinita gli tornavano nel cuore antiche parole ben note: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!» Non egli le rivolgeva al compagno; ma il compagno a lui le rivolgeva. Il vóto della triste fidanzata divenne anche il suo vóto: «Verrò, fra poco verrò.»

S'avvicinava l'anniversario eroico. Già correva il nono mese dal giorno del lutto. Il popolo di Brescia, apprestandosi alla nuova festa dedàlea, aveva decretato di porre un segno in memoria del caduto, su la pianura sottoposta al suo immenso stadio azzurro. Dopo le gare, la statua della Vittoria sul carro rustico, sul plaustro dei coloni di Roma tratto dai sei buoi lombardi, era tornata nella sua cella a piè del Cidneo; ma la colonna romana dalle scannellature profonde era rimasta alzata nel mezzo del campo, col suo capitello corinzio involto di acanti corrosi, vedova del simulacro. Per decreto del popolo prode una statua novissima, fusa nel bronzo fornito dall'erario civico, doveva sostituire l'antica e rimanervi in perpetuo a commemorazione dell'eroe ligure.

Ora l'opera, allogata allo statuario bolognese Iacopo Caracci, era già pronta nella bottega del fonditore. L'artista aveva fatto di cera due esemplari, essendo l'un bronzo destinato a sorgere su la brughiera bresciana e l'altro su la rupe di Àrdea per vóto di tutti i comuni del Lazio. Ora sollecitava Paolo Tarsis perché assistesse al getto.

Da più giorni il costruttore d'ali incatenato alla terra non respirava più ma ansava sotto l'incubo assiduo. Si preparò rapidamente alla corsa, con uno scrollo di sollievo, tanto era il bisogno di essere altrove, di fuggire i fantasmi, di respirare con violenza il mattino.