— Alza la tua torcia! — disse Iacopo Caracci al manovale.
E pel color bruno la statua pareva già fusa nel bronzo, pontata su i piedi dai tendini tesi per iscoccar di terra, con le due ali imbracciate come due vasti clìpei, col volto ardentemente riverso a divorare il cielo.
S'accomiatarono, come due che legava una promessa misteriosa. Nel passare lungo la fossa fusoria, Paolo vide il metallo superfluo rimasto nel rigagnolo murato. Si chinò per raccogliere un colaticcio che sopravanzava all'orlo di mattone, credendolo già freddo: ma si scottò le dita. Allora il giovinetto fuligginoso lo prese con una tanaglia, lo tuffò in una secchia ove strise; poi l'offerse. Aveva la forma d'una mano.
Era notte alta, ma la nuvola qua e là rotta scopriva le stelle fioche. La luna nascosta diffondeva un albore simile all'alba, giù pei lunghi chiostri solitarii. Che faceva Isabella? Non dormiva: aveva ucciso il sonno. Né egli sperava di chiudere gli occhi.
Soltanto li chiuse al mattino. Gli sembrava d'aver vegliato il suo compagno una seconda volta. Non aveva pianto col pianto di Vana, ma aveva compiuto il rito del fuoco.
Quando si svegliò, era tardi: non era giunta notizia alcuna. Diede gli ordini al meccanico per la partenza. Uscì per andare all'ufficio delle comunicazioni. La piazza ancor umida di pioggia splendeva al sole di aprile come se tutta consentisse alla grazia della sua Fontana; la terracotta della vecchia città sembrava perdere il fosco e il sanguigno, tingersi di rosa novella. Egli ebbe un desiderio disperato di riudire la voce che gli faceva tanto male.
Ansioso entrò nella cabina imbottita come quelle stanze atte a spegnere il clamore dei supplizii. Prima udì nell'apparecchio il rombo come d'un tràino che si dilegui, poi al suo chiamare udì Isabella rispondere.
— Isabella, sei tu?
— Sì, sei tu. Riconosco la voce. Mi senti?