E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla intrecciata, il mazzo di polizze bianche.

Nec spe nec metu! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.

— È per te — disse Aldo — quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che Vana ti canterà: «L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi di speme hor di paura....»

E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari s'incontrarono fuggevolmente.

— Che vuol significare il numero ventisette? — chiese Vana, che nella confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso gli indizii e i presagi.

— Non me ne rammento — rispose Isabella. — Ma è un numero che forse non dimenticherò più.

E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe fiamme in cima alle aste delle mète aeree.

— E il fascio di cartelline? — chiese Vana.

— Sono le polizzette del gioco di ventura — rispose Aldo — quelle che si traggono dall'urna cieca della sorte.

— Bianche?