— Là e dovunque.

— Là più che dovunque.

— È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.

— È orribile.

A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi, quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un fiasco vuoto.

— Sia prudente — disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula, quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.

— La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.

— Il Suo amico....

Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.

— Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?