— Di che si ricorda? Dica! — soggiunse Vana con timida insistenza, arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.
— Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il banco di un mercante; e si volse verso di noi.
Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.
— Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino balzano da tre. Come Le somigliava!
— Oh no!
— Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva.
— Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra. Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta in polvere, la ghirlanda di rose gialle.
— Oh no! Quelle che porto?
Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla cintura.