— Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la devota fu più lesta di me.

— Eccola — disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.

E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».

E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella, come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella tettoia piena di rombo?

I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno. Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa. È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no. Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura, con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male. Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!»

Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua giovinezza come una immortalità.

— Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.

— Oh no!

— Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra? Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.

Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in virtù di quale armonia segreta?