Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose gialle.
— Povera povera piccola!
E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio. S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava, ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di vivere? Vedrai, vedrai».
Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.
— Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti addormenterò.
Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro, ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata, la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo, le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.
— Aldo, — disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda ruota a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte — Aldo, tu dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per chiedergli se abbia bisogno di te....
— Bisogno di me?
— Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.
— Credi che questo lo consolerebbe?