Vana aveva già il suo proposito occulto.
— Credi?
Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette, mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle, il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel che le faceva soffrire e nascondere.
— Ah, Vana, non battere i denti così!
— Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.
Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere, «È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto....» Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?
Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.
— Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Càlmati.
— Abbi pazienza. Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.
— Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!