La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato del numero XXVII; riebbe sotto le pàlpebre lo sguardo che aveva imposto la nuova attesa, consentito il termine memorabile.

«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà? accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»

Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti. «Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: — Lascia tutto e vieni con me. — E non dubita dell'obbedienza». Le si riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo; m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto, viene con me, nella notte, nell'alba».

Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre diversa, quel viso d'anima e d'arte a cui un pensiero disegnava il mento il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo con una curva più dolce, con un'ombra più eloquente, con un rilievo più fiero. «Perché mi ferisci? Perché mi ardi?» Ora quello era il viso stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della magìa, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»

Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina. «Addio! Addio!»

S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di voci violente. La città era insonne.

— È viva la madre di Giulio Cambiaso? — domandò Isabella, con molta dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. — Aldo, non sai?

— Non so.

— Se vive, chi le dirà la sua sciagura?

— Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà ancóra quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite. Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno entrare per le fessure....