— Dopo, dopo. Tu prima....
Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli addormentati. Si ritrasse.
— Va, ripòsati anche tu, Aldo — disse teneramente al fratello, porgendogli la gota. — Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.
Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.
— Il broncio? — disse ella con un sorriso penoso.
Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare perdutamente il viso stesso dell'amore.
— Aldo! — chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.
Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci dei marinai, mirò attonita la sua bellezza che le parve meravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come sotto un tremolìo di rivi.
Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava. Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro, all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.
Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da Chiaretta?» L'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno; bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo vóto funebre era come il vóto d'una fidanzata segreta. Ella aveva sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è dimenticato....» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della rosa sfogliata; che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la spoglia sanguinosa; ma una sola creatura — dopo colui e dopo la madre — aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano incontro, lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro. E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole, l'ultimo sorriso, l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo, ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene che non sapevo andarmene, come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo viso.... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa col suo segreto.