Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo, avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere, quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e più fiera sotto il drappo lugubre che dava imagine della berretta di panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal Doria, insegna degli antichi almiranti.

Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto. Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.

— Chi viene? — si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta e il rombo energico approssimarsi.

Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori discreti d'un lavorìo cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello s'attenuavano nella reverenza della morte.

— Chi viene a quest'ora? Va e vedi, Cingria — disse egli, aspro, udendo la vettura fermarsi davanti ai cancelli.

Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo funebre. E ripensò il commiato ch'egli aveva dato al compagno nel riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la misteriosa tristezza.

— Una persona velata domanda di Lei — disse a bassa voce il marinaio rientrando.

«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò, nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era? Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.

— Sono Paolo Tarsis, eccomi — egli le disse inchinandosi, con quella strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. — Che posso fare, signora?

— Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.