Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza tanto divina che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità come se il pianto fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»
Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava; e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.
La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.
Disse, estinguendo lo spirito della voce:
— Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.
L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma; esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante, ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte ch'ella appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite per trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento dell'elica.
La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.
Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio, con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle, laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa pel cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.
— Che fanno? — chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto nelle cose inesplicabili.
— Riparano un'ala.