— Quale?

— La mia.

Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei candelabri con un gemitìo sordo. L'aria si faceva più scura e più grave, tra sbattimenti rossastri.

— Perché la vostra?

— L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo rapida.

Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso di luce. Ella bisbigliava, trepida.

— Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la polvere.

Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a sopraggitto. Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la remigante del rondone scorciata o rotta si racconcia e si raddrizza da sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte breve.

— E perché tanta febbre? Fanno la nottata perché? — chiese Vana guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già supplichevoli.

— Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.