S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume miserabile.

— Perché? — chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza.

Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così atroce che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose parola.

— Perché? — chiese ella ancóra, non creatura di carne ma spirito d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento, simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge ventose.

Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.

— Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?

Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non risvegliarlo.

— Ah, no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno detto addio! Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi! Io non son nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.

L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.

Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che consola le pene puerili.