— No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla accadrà.... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta.... Pace, pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?

Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza, trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancóra lottare, ancóra ingannare, ancóra vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore, mio amore», diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancóra qui, tenetemi con voi ancóra un poco, ancóra un poco! Ch'io resti qui nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela, quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi non mi svegliate, mio mio amore».

Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo, la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il segno della croce.

Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.

Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some, con le loro armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti fuochi vulcànii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle, e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno. Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei fiori.

Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono accennare. L'enigma delle Pause, inscritto nell'oro e nell'azzurro dello scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò, dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e quella dell'attenzione.

Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli Spagnuoli chiamano juramentados, missionarii selvaggi che vengono a traverso l'Asia partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan, valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano. E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso. Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che s'intraversò, s'impennò, ricevette nel petto la lama acuta. Giulio Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.

Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda, il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»

L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore ch'egli non indagava ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di attesa come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se non un solo pensiero aquilino.

Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco. Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella notte scortato la salma fino al Cimitero di Staglieno.