fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale, nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano l'azzurro tra il Duomo e la Rocca.
— Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini — disse la bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. — Se no, smetto.
— O Lunella, o tirannella,
aquiletta senz'artiglio,
se tu sémini il bianco
io raccoglierò il vermiglio.
Se tu sei come il giglio,
sarò come l'amaranto.