Accompagnami il mio canto
coi tuoi bianchi sogni lenti,
coi tuoi torvi occhi assorti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su l'ombra del vero.
— Oh, come sei brava! — esclamò Vana prendendole fra le sue dita e ammirandole sul fondo dell'erba corta.
La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti della vita animale.
— Se tu mi canti ancóra, — disse la salvatichetta ponendo la punta delle sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine — ti fo la Chioccia d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.
— Tirannella, tirannella,