E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana l'imaginetta compiuta: una falda di neve su l'ardore.

Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del legnaiuolo di Nazaret.

— Oggi fai meraviglie — disse Vana. — Le metto nel libro.

Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.

Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte contro il grand'elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno.

«Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!»

Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili alla crosta d'un pianeta estinto.

«Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine; volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fàscino; ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.

«Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità, sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?» L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono fioco della campana che tien dèste le sentinelle sul cammino di ronda, eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa estranea non erano come in un ergastolo addolcito?

Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna li aveva raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi, alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio di non vederla aprire.