Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti, e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri.
— Forse io stessa a me.
Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.
— Che viso hai fatto, Morìccica! — disse, dandole quel nomignolo di selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. — Non eri ancóra compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni volta che ti guardo.
Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.
— Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa — disse ella abbassando le palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli.
Egli distolse lo sguardo.
— Quanti libri su la tua tavola, confusi! C'è un dolore che ammucchia intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.
Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.
— Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Jacopone. Dove hai preso questo?