— Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica.
— Ancóra?
— Come hai cantato oggi!
— Bene?
— Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.
Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi lo lasciò.
— Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.
Ella tentò di ridere.
— Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere appreso un poco d'arte!
— Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai cantato quel tremendo Vom Tode di Beethoven come se, abbandonando la carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che potrebbe essere il Säume nicht, denn Eins ist Noth se tu lo cantassi sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti risponderebbe di giù!