Mortella.

No! Ora un sussulto gli getta la testa indietro, e un altro, e un altro. È irrigidito, inchiodato su le reni. Si solleva, s'inarca, ricade. Il respiro non passa più a traverso i denti stretti. Il cuore sobbalza, non batte più, è vuotato. L'avete ucciso! Gherardo Ismera, l'avete ucciso.

Fuori di sé, tutto bianco e tremante, egli si scaglia contro l'accusatrice, l'afferra pei polsi e la scrolla brutalmente.

Gherardo Ismera.

Tacete! Tacete! Non voglio più udire le vostre infamie. La vostra demenza non merita che il bavaglio. La vostra furia non merita che la segregazione. Io e vostra madre abbiamo ancóra autorità bastevole per imporre il provvedimento necessario. Non v'è altro mezzo di ricondurre alla ragione una sciagurata e feroce calunniatrice, nemica di tutti e di sé, indegna ornai di compassione. [pg!155] Avete inteso? Vi comando il silenzio.

Ella si svincola selvaggiamente.

Mortella.

M'avete quasi slogato i polsi. Siete vile. Ma non credete ch'io mi svenga. Siete perduto. Non potrete più riprendere la maschera del tentatore sapiente. Avete omai la faccia dell'altro, sino all'ora della morte: la faccia dell'assassino.

Gherardo Ismera.

Ma, o insensata, dov'è per voi la prova, la larva d'una prova? Un'ombra d'indizio almeno!