Che l'ardore divampi! Che la fiamma si levi! E sarà la mia prova. Addio.
Mentre egli si volge verso la porta sdegnoso e cupo, Mortella alza verso di lui il pugno, con un gesto di promessa e di consacrazione.
FINE DEL SECONDO ATTO.
[pg!169]
[IL TERZO ATTO.]
[pg!171] Appare una terrazza quadrata di pietra bigia, cinta di balaustri, priva di vasi e di statue; che guarda a piombo su l'antico cipresseto. Per tre gradini vi si sale da un ripiano che mette a destra sopra una branca di scala discendente nella terrazza sottoposta, e a sinistra sopra un'altra branca saliente alla terrazza superiore che si scorge nel cielo protesa in guisa d'un'alta prua. Una grande arcata collega le due porte aperte su l'una e l'altra scala, tutte di pietra gli stipiti gli architravi i limitari, semplici e sode, non ornate se non d'una fascia sola, con un che della nuda forma dorica.
Si vede pel vano dell'arcata sfondare l'aria del vespro, ove la selva dei cipressi più e più s'infosca digradando come le canne d'uno smisurato organo di bronzo. Per entro alle masse cupe della fronda i rami secolari sono più aggrovigliati che le infime radici. Il fuoco del tramonto vi penetra in modo misterioso arrossando il groviglio interno così che sembra una bragia coperta da una tonaca di metallo.
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[pg!172] La pietra è silenziosa e deserta. S'ode la voce di Mortella giù per la scala che discende dalla terrazza di sopra.
La voce di Mortella.