Mortella.

E tu consenti? La fortuna è tua. Non sei tu la padrona qui?

Giana.

Hai il tono crudo. Un'estranea piuttosto.

Mortella.

Il mio presentimento m'ingannava forse? Non m'inganna mai. Avevo lasciato il mio cuore qui, il mio cuore in lutto e la mia vita vera, ma nel fondo io non desideravo di venire a ritrovarli, per paura di fallare o prima o poi contro l'uno e contro l'altra. La cenere che m'è cara non soffre d'essere smossa. Per ciò io non t'ho sollecitata, non t'ho spinta a ridarci queste mura che non sembrano alzate se non per ricevere un ospite senza misericordia. Lo schianto era avvenuto, il distacco era stato sofferto, il passato aveva già preso il suo aspetto fisso, e l'enigma era rimasto scolpito nella pietra.

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Giana.

Ma tuo fratello non pensava ad altro. Sapevo bene che il ricupero era come una convenzione tacita nel contratto di nozze: era più che un desiderio, più che una promessa. Tu lo sai. Dicevi dianzi che la Guinigia ti sembra a volte immedesimata con te, incarnata in te. Bandino, che è una creatura fatta di musica, pareva aver lasciato qui la sua risonanza e non poterla ritrovare se non qui dov'è nato e dov'ha sognato. Per tutti voi la Guinigia è una specie di sostanza misteriosa, non so, quasi una figura della vostra sorte. Riconducendo qui Bandino, avevo il sentimento di restituirlo a sé medesimo. E alla mia condiscendenza si mescolava non so che voglia di novità, non so che speranza di rinfrescare il mio amore, di vedere aumentata la sua bellezza. Tu comprendi.

Mortella.