Che dite mai?

Gherardo Ismera.

È un peso di lutto, fatto più grave dai tanti ricordi che ravviva l'aspetto di questi luoghi, di queste cose familiari, in quest'ombra ove mi sembra quasi di cogliere il soffio dell'amico scomparso.... Che diceva dianzi Mortella? Che avevo l'aria di portare una salma...

Sì, è vero. L'ho portato su la mia spalla, l'amico mio; ho attraversato questa sala, quel vestibolo; ho disceso quei gradini; ho camminato fino alla Cappella, per quel viale di bosso che il cuore riconosce all'amarezza. Suo figlio, Bandino, era al mio fianco; e i suoi due buoni servitori sostenevano gli altri due canti della cassa... Ma egli era degno d'esser rapito da quella Vittoria e da quell'Angelo nominati or ora come i messaggeri d'un riscatto miracoloso. Se il pregio d'una vita recisa potesse misurarsi al peso, ah, certo le nostre spalle si sarebbero incurvate, [pg!76] tutte le nostre ossa avrebbero ceduto sotto il carico.

Giana.

Così non si parla se non di un eroe.

Una commozione virile trema nella voce del superstite.

Gherardo Ismera.

E non era un eroe? Della grande specie solitaria, di quegli che voglion vincere in silenzio una virtù dinanzi a cui possano inginocchiarsi. La Vittoria in ginocchio! Una tale imagine sembra creata dall'ispirazione del suo spirito.

Giana.