Gherardo Ismera.
Addio, signora.
Giana.
È il vostro enigma?
Gherardo Ismera.
Voglia perdonarmi e credere alla sincerità del mio rammarico. Il caso ha voluto che ogni mia esitazione e apprensione fosse troncata d'un colpo, al primo istante. Nell'entrare, già mi consideravo come un estraneo, quasi come un mendicante. Nell'escire, so d'esser tenuto come un nemico, quasi come un saccheggiatore. Ma non v'è ombra di risentimento in me, e la mia pena è assai tollerabile in paragone d'un'altra ben più grave. Attenderò mia moglie al cancello. Già spiove. Le sarò grato se vorrà farla [pg!78] avvertire. Comunque, io non dimenticherò la fine di questo giorno.
Egli s'inchina profondamente, e s'avvia verso il vestibolo. Giana risponde al saluto, senza parola, tenendo le mani dietro il dorso intrecciate. Poi riprende a errare nell'ombra della sala, come stretta da una perplessità ansiosa. Quando il visitatore discende già i gradini, ella si sofferma a guardarlo, fa qualche passo verso il portico. D'improvviso lo richiama.
Giana.
Signore, La prego: rimanga. È ospite mio.
Gherardo Ismera s'arresta nell'ombra, si volta. Un tenue sorriso gli passa negli occhi. Risale i gradini, mentre Giana Guinigi in piedi l'attende.
In quel punto due vecchi servitori taciturni entrano portando le lampade accese.