FINE DEL PRIMO ATTO.
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[IL SECONDO ATTO.]
[pg!81] Appare la camera di Mortella, tutta imbiancata di calcina tra modanature semplici di pietra serena, sotto le vecchie travi del palco dipinte toscanamente a disegni minuti in rosso, in nero, in verde.
Nella parete destra è praticato un vano, chiuso da cortine di broccatello verde e bianco, ov'è il suo letto di fanciulla.
Nella parete a riscontro, un vano della stessa ampiezza sfonda in una loggetta chiusa da vetri quadri in piombi per ove passa la luce del giorno inverdita dal fogliame dei grandi lecci.
Nella terza parete alcuni gradini, compresi entro la grossezza del muro, salgono a una larga vetrata che dà su una loggetta scoperta — albeggiante quella di Paolo V nella villa frascatana di Mondragone — cinta di balaustri e protetta da una pergola d'assi foltissima di glicini in fiore, per ove si può da una scala esterna discendere nel sottoposto ortopenso.
Sopra gli scaffali bassi, pieni di libri, sono disposti lungo il muro vasi di maiolica, cofanetti di legno e di [pg!82] cuoio, stampe in cornice, una pace di niello, qualche statuetta religiosa, qualche madonna, qualche santa in tavoletta d'oro. Un gravicembalo a due tastiere, d'un color chiaro d'avorio ornato di tenui ghirlande, è in un canto della camera con un quaderno di musica sul leggìo. Il medesimo broccatello verdebianco si sbiadisce su le seggiole, su le poltrone, nelle tende, nella portiera dell'unica porta.
È un pomeriggio di maggio. Il sole, traversando i grappoli spessi di glicini, fa una luce d'ametista come se accendesse la tonaca paonazza d'una Martire nella vetrata d'una cappella. Quel riflesso violetto mescendosi al verdognolo che viene dalla parte del lecceto, tutta la stanza è immersa in un chiarore stranamente misto, che nell'ombra degli angoli tiene del livido.
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