Noi così camminammo: ella men lesta,
poi che non concedeami anco la mano.
In guardare tenea china la testa,
bella come la bella Blanzesmano
allor che cavalcò per la foresta
a fianco a ’l suo Lancialotto sovrano.
Le fronde sotto i pie’ stridevan forte;
ma a quelle viti ignude aspre e contorte
li occhi chiedevan la dolce esca in vano.

Disse Madonna:—Riposiamo al fine.—
Era lungi un trar d’arco il bel rivaggio.
L’alta erba mareggiava in su ’l confine
placidamente, come biada a maggio;
or sì or no giungea da le colline
di citisi e di timi odor selvaggio.
Pareva il sol d’autunno per le chiare
vie de ’l cielo un novello orbe lunare:
i vapori facean mite il suo raggio.

Ella disse. Non mai le sue parole
ebber soavità così profonda:
cadevan come languide viole
da l’arco de la sua bocca rotonda.
E quel sorriso fievole de ’l sole
ancor la testa le facea più bionda.
Era, d’intorno, un grande incantamento.
Era il diletto mio qual d’uom che, lento,
in giaciglio di fiori ampio s’affonda.

Tacque. Uno stuol d’augelli, d’improvviso,
attraversò con ilari saluti.
Noi trasalimmo, come ad un avviso
misterioso de la terra; e, muti,
impallidendo ci guardammo in viso.
Poi prendemmo sentieri sconosciuti.
I pioppi nudi e senza movimento
parevan candelabri alti d’argento;
ed i lauri fremean come leuti.

IV.

Oh ne la valle concava d’Orlando
inaspettata vista del tesoro!
Giacea la bella vigna fiammeggiando
con tralci di rubino e foglie d’oro;
e uno stuolo d’augelli roteando
facea ne ’l mezzo de la vigna un coro,
—O madonna Isaotta, ecco la vita!—
io le gridai, con l’anima rapita.
Ed in alto gridò lo stuol canoro.

Io la trassi a quel loco: ella più lesta
venìa, chè forte io la tenea per mano.
Tutta rosea volgea da me la testa,
bella come la bella Blanzesmano
allor che la baciò per la foresta
l’amato suo Lancialotto sovrano.
E le dissi:—O Madonna, io tengo il patto.
Per voi colgo il fatal grappolo intatto.—
Ella mi diede il bacio sovrumano.

II.
BALLATA D’ASTÍOCO E DI BRISENNA