II.
Così chiamai l’amata in nona rima,
sotto il grande balcon di tiburtino
ov’han lo scudo i Guttadàuro-Alima
con gocce d’oro in campo oltremarino.
Dormìa la villa ne ’l silenzio: in cima
a li aranci de ’l nobile giardino
aprivano i paoni le gemmanti
piume verso la luce, e de’ lor canti
striduli salutavano il mattino.
Ella apparve.—Buon dì, messer cantore!—
disse ridendo con gentile volto.
—Non questo è il tempo gaio de ’l pascore,
ma voi siete di ver loquace molto.
Or seguite a trovar rime d’amore,
chè con benigno orecchio, ecco, v’ascolto.—
Io le dissi:—Madonna, io son già fioco.
Or voi di sì salutevole loco
scendete a me che son di pene avvolto!—
Ella tacque; ed il capo inchinò mite:
ne li occhi le ridea novo pensiere.
Tutta quanta di porpora una vite
saliva da l’inferïor verziere,
e le bacchiche foglie colorite
mesceansi con le rose a le ringhiere.
Avean piegato un dì li aspri sermenti
a la copia de’ grappoli rubenti
che il padre Autunno infranse nel bicchiere.
Ella disse ridendo:—Io pongo un patto,
vago sire, a la mia dedizïone.
—Il vago sire—io dissi—accoglie al tratto
quel ch’Isaotta Guttadàuro pone.
Ed ella:—Quando un sol grappolo intatto
ne’ vigneti che bagna il Latamone
lungh’esso il chiaro colle solatìo
troveremo, io sarò pronta al disìo
vostro e sarete voi di me padrone.—
III.
Ella discese allora: un giuramento
fece sicuro il gran patto d’amore.
E prendemmo la china. Senza vento
era l’aria; ne ’l placido candore
erano i campi senza ondeggiamento,
brevi selve di canne erano in fiore.
Quasi una gratitudine beata
al sole offrìa la terra bene amata:
era novembre, il tempo de ’l sopore.
D’innanzi, il Latamon, fiume regale,
lambiva in suo lunante arco i vigneti
ove l’ebro clamor vendemmiale
ed i carmi de’ rustici poeti
salutato avean già l’almo natale
de ’l vino autor di gioia, ora quieti.
Disse Madonna:—Siate accorto e saggio:
quivi incomincia il pio pellegrinaggio.—
D’in torno s’inchinarono i canneti.
Io dissi:—Non mi giova la fortuna,
o madonna Isaotta, ne ’l trovare.—
Ed ella a me:—Non ha virtude alcuna
il fino Amore per v’illuminare?
Il grappolo tardìo dove s’aduna
da lungo tempo, come in alveare,
la dolcezza del miele a ’l lento foco
de ’l sole, aspetta noi per qualche loco.—
Io dissi:—Non mi stanco di cercare.—
Noi camminammo giù per la vermiglia
china che discendeva all’acque d’oro.
Da lungi a quando a quando una famiglia
di villici sorgendo da ’l lavoro
ci guardava con alta maraviglia;
e le fanciulle interrompeano il coro.
Venendo innanzi con giulivo ardire
una gridò:—Che mai cerchi, o bel sire?—
Ed io risposi a lei:—Cerco un tesoro.—