Mentre ne l’ampia sala gentilizia
su i quadrati di marmo il sol fluiva
simile ad una lene acqua sorgiva
dilagando con placida letizia,
tu ne la tela, senza alcuna lotta,
l’oro fulvo rapivi a Tizïano,
io derivava in gloria d’Isaotta
i larghi modi de ’l Polizïano.
Una serenità lucida, eguale,
noi tenea. Da la tela a quando a quando,
me d’un fraterno riso illuminando,
tu levavi la faccia giovïale;
o, lento, senza volgere lo sguardo
da l’opra, amavi un tuo pensier felice
ornare, tu che come Leonardo
hai la dolce facondia allettatrice.
Io, ben uso a ’l gentil freno de l’arte,
come un orafo mastro di Fiorenza,
eleggea con acuta pazienza
le gemmate parole in su le carte;
ma, se de ’l mio pacato sofferire
il termine supremo era vicino,
a ’l cuor sentìa l’ebrïetà salire
quasi io bevessi un calice di vino.
Fluiva su ’l marmoreo pavimento
un lume biondo come l’idromele;
e il bel vïolinista Rafaele
parea toccar le corde a ’l suo stromento.
O Francesco, m’è grato il rammentare!
Or n’andremo a la patria, ove più molle
per la falcata riva ondeggia il mare
e più mite è l’olivo in cima a ’l colle.
Ne la tua vasta casa, ad ogni stanza
penderanno li arazzi medicéi
e, come ne’ bianchi atrj di Pompei,
discenderà la luce in abondanza.
Tu, signor del pennello, io de la rima,
fingeremo beltà meravigliose.
E riderà de’ miei pensieri in cima
quella che il suo d’amor giogo m’impose.